Quindici anni fa, varcando per la prima volta i cancelli di San Vittore, Ilaria ha trovato una sua risposta inaspettata alla domanda “dove si può davvero cambiare qualcosa?”: il carcere, con le sue mura e i suoi silenzi, le sembrava il posto in cui il futuro era ancora aperto.

Ha cominciato come volontaria, spinta da una curiosità genuina più che da un programma. Col tempo, quella curiosità si è trasformata in un mestiere difficile da spiegare con un’etichetta sola. Ilaria non è una psicoterapeuta, un’insegnante o una figura religiosa: il suo ruolo non è quello di sostenere le persone sotto aspetti specifici, ma di innescare processi partecipativi. Si considera una facilitatrice, una mediatrice e una coordinatrice di progetti.

Per me è importante sottolineare che non considero questi risultati come qualcosa che “ho fatto io”, dice: il suo approccio consiste nel condividere la progettualità con i partecipanti e nel coinvolgere progressivamente la città. Quando si siede con i detenuti, il progetto esiste ancora solo come possibilità, come spazio vuoto da riempire insieme. Gli obiettivi, i compiti, la forma delle cose: tutto emerge dalla conversazione, dal dire a qualcuno che la sua voce conta davvero, non come gesto simbolico, ma come fondamento operativo di ciò che verrà.

In qualche modo, è un atto di rispetto radicale

Ogni progetto viene allargato all’esterno attraverso la collaborazione con enti pubblici, associazioni, fondazioni e aziende. Ilaria ha un’energia contagiosa, e la sua capacità di catalizzare l’entusiasmo nel tempo ha travolto realtà come IKEA, AMSA, Legambiente, Italia Nostra, WOW, Nestlé, Off Campus, Fondazione Emme, oltre al Comune di Milano e al Municipio 1. E quando un’organizzazione partecipa a un progetto a San Vittore, entra in relazione reale con le persone che ci vivono. La città e il carcere smettono di essere mondi paralleli che si ignorano, e diventano per un momento la stessa comunità.

La sua forza vitale in carcere ha prodotto cose molto concrete: una biblioteca riqualificata, un giardino recuperato, un’area passeggi del reparto femminile trasformata, oltre che laboratori di economia circolare, raccolta differenziata, ricette antispreco costruite attorno al pane avanzato. Ogni progetto ha lasciato qualcosa di tangibile, qualcosa che si può toccare o attraversare, e allo stesso tempo irradia speranza. Per i detenuti, infatti, vedere che attorno al loro lavoro si mobilita qualcosa ha un effetto che va oltre il pratico. I progetti sono spesso lunghi e complessi, i risultati lontani e a volte difficili da immaginare, ma la presenza di persone che vengono da fuori e credono nel progetto quanto loro diventa una forma concreta di conferma: quello che stiamo facendo esiste, conta, arriva da qualche parte.

Arrivare a questi risultati, come prevedibile, è stata spesso una corsa a ostacoli. Una delle criticità principali è la difficoltà di coordinamento tra le molte realtà che operano all’interno del carcere, i cui reparti tendono a funzionare come compartimenti separati. Un esempio emblematico: nel 2018 è stato inaugurato un giardino interno, creato insieme ai detenuti, ma molti dipendenti di altri reparti non ne sapevano nulla. Le organizzazioni presenti a San Vittore si conoscono tra loro, ma collaborare in modo strutturato è difficile senza un coordinamento. In questo senso, Off Campus del Politecnico di Milano rappresenta un’eccezione positiva: avere una sede stabile dentro il carcere crea uno spazio concreto dove le persone si incontrano, si scambiano informazioni e fanno nascere nuove collaborazioni. 

Poi ci sono le difficoltà quotidiane: i materiali e gli strumenti necessari per certi lavori richiedono autorizzazioni specifiche, costruite su una fiducia che si guadagna nel tempo. La partecipazione dei detenuti alle attività dipende dalla disponibilità del personale di polizia penitenziaria, fortemente sotto organico, e nei periodi di ferie la situazione si stringe ancora di più. La popolazione detenuta è cambiata negli anni: più fragilità psichiatrica, più terapie farmacologiche, dinamiche relazionali che richiedono attenzione diversa.

La città ideale di Ilaria riflette il suo lavoro a San Vittore: un cerchio di persone che si attivano l’una con l’altra. Ognuno chiama qualcun altro, allarga il cerchio, porta dentro chi era rimasto fuori. Il contrario di questo è la delega passiva, l’aspettare che qualcun altro faccia, il lamentarsi che le cose stiano ferme. Per lei il carcere è una piccola città in miniatura, con le stesse dinamiche, le stesse tensioni, le stesse possibilità.

La responsabilizzazione, dice, è la parola chiave: questo non significa chiedere a tutti di fare le stesse cose, ma riconoscere che ognuno, secondo le proprie possibilità e competenze, può contribuire alla costruzione di una comunità più partecipata. Il cambiamento nasce proprio da questa somma di piccoli contributi individuali che, messi insieme, producono effetti collettivi molto più grandi della loro somma. 

Quale storia manca?

Conosci una storia che dovrebbe trovare spazio in questo archivio vivente? Scrivici, così ti contattiamo e ci organizziamo per raccoglierla insieme!