Ha 30 anni Alessandro, ma sembrano di più. Per l’aria seria, dedicata, intenta con cui sistema i libri, allinea i giornali, solleva con cura le saracinesche. AEdicola Lambrate è il suo regno, un territorio che presidia con convinzione, coerenza, determinazione. Un angolo di città, in via Conte Rosso, che sa di relazioni strette e comunità implicite: tre panchine irresistibili sotto ai tigli (che colano cose appiccicose, è vero, ma profumano tutta l’aria intorno), una fontanella, un parco giochi per bambini di fronte. Viene subito voglia di sedersi, e mettersi a leggere.

 Eppure – flashback – solo due anni fa Alessandro era alla ricerca di un lavoro, il suo un contratto in libreria era in scadenza, con assoluta certezza di non essere rinnovato, aggiunge. E mentre apre il predellino sotto il banco dell’edicola che ci sosterrà discretamente durante questo incontro, rappresenta con due sole frasi un mondo in agonia: le librerie, quelle di catena, giocano sull’assunzione in determinati periodi dell’anno ad alta vendita. Gioco forza c’è un investimento molto ridotto nella formazione dei librai.

Ma andiamo per gradi. Due anni fa Alessandro legge un annuncio: Stiamo per aprire le saracinesche di Aedicola Lambrate, e cerchiamo un edicolante, anche con l’apostrofo… un’iniziativa che intende restituire al quartiere uno spazio che dietro la vendita di giornali e riviste si pone come presidio culturale e creativo per la zona e la città. Lo aveva scritto Paolo Iabichino, che insieme a Michele Lupi, Alioscia Bisceglia e Martina Pomponio aveva rilevato l’edicola.

 Alessandro ha radunato tutte le sue competenze, quella giornalistica e quella sulle librerie, e dopo il colloquio più strambo della sua vita, dice, è iniziata l’impresa. Questo posto rappresenta la volontà di non girare le spalle a un vuoto che si crea nella città, spiega. Di fronte ai vuoti, noi solitamente non ci interroghiamo, ci abituiamo al fatto che certe cose spariscono. Si potrebbe dire la stessa cosa delle botteghe e di altre attività commerciali. Cosa succede nelle nostre città se perdiamo questa cosa?

Alessandro non vuole che questa domanda scappi via, vuole continuare a porla, quotidianamente, interrogandosi insieme  alle persone su cosa può essere un’edicola nel 2026, per una città come Milano. Per lui, le edicole occupano una posizione preziosa nelle vite delle persone, perché danno ancora asilo a piccoli rituali che ci fanno sentire democraticamente autentici.

 Il mondo culturale è un mondo che rischia di asserragliarsi in spazi e luoghi molto connotati. E questo allontana le persone. Questo progetto invece, spiega, rappresenta una orizzontalità bella, dal basso che fa un discorso di comunità reale: racconta che è stato importante dal primo giorno cercare sponde a cui connettersi – il quartiere prima di tutto, dal fornaio, al circolo Acli, agli altri spazi che fanno attività culturali in zona. Gli editori, poi, quelli che hanno dato fiducia a questo progetto dall’inizio, in una relazione diretta che azzera quasi la distribuzione.

Abbiamo fatto progetti con associazioni e altre realtà, adesso per esempio con Fondazione di Comunità. Facciamo ogni mercoledì una rassegna stampa con una radio locale. Questa rete ha reso possibile, per esempio, il festival che abbiamo fatto a maggio, Carta Canta. Era impensabile farlo da soli e se l’avessimo fatto da soli il coinvolgimento sarebbe stato diverso.

L’obiettivo: dare l’opportunità alle persone di trovarsi non solo fisicamente, ma condividere. E soprattutto darsi tempo, spazio, creare delle sacche un po’ di resistenza, spiega Alessandro. Avendo cura di quell’aspetto di connessione relazionale che si ha nei quartieri e che rappresenta una fonte di anticorpi per tematiche di salute mentale, difficoltà esistenziali, solitudine. Quando l’edicola è stata inaugurata (il 25 aprile 2024) tutto il quartiere è sceso a dare una mano nei lavori, chi passando una mano di vernice, chi portando da mangiare.

La cultura in realtà è welfare, cioè investire nella cultura significa investire nel benessere dei quartieri, ma non deve essere un tipo di cultura legata a chi è giusto e chi è sbagliato.

Se lavori nel mondo culturale, dice Alessandro mentre passa un pacchetto di figurine a una bimba, devi mettere in conto che gli effetti del tuo lavoro non sono misurabili nell’immediato: conta la continuità che dai ed è per questo che noi insistiamo nel fare quattro eventi al mese, perché se fai il festival una volta all’anno bello figo e porti un sacco di gente e le telecamere, ma poi spenti i riflettori la comunità non mette radici, non serve. 

Io credo molto nella cultura come continuità. E ho sempre pensato che la più grande rivoluzione della storia dell’umanità sia stata accorgersi che insieme, stretti intorno allo stesso fuoco a raccontarsi storie, la notte fa meno paura.

A Lambrate, in via Conte Rosso, c’è chi sta attento a tenerlo acceso, quel fuoco.

Approfondimenti
Aedicola Lambrate

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