
Veda si divide tra due mondi. Li descrive con calma, prendendosi il tempo. Se deve concentrarsi, trovare la parola giusta, sentire l’emozione esatta, chiude gli occhi, e ascolta. Solo dopo inizia il suo racconto.
Due mondi, dicevamo. Uno è BASE Milano, dove sono project manager per la produzione di eventi culturali: è forse la prima volta in cui riesco a percepirmi all’interno di un progetto ancorato all’interno della città ed è una cosa che per me in realtà è molto interessante, per la possibilità “di stare” che mi offre. Lei che ha studiato urbanistica, sente che questo lavoro ne prosegue la traiettoria di sguardo, permettendole di legarsi a un luogo specifico e di abitare all’interno di una dinamica cittadina che sente molto forte, anche con alcune problematiche di esclusione e auto esclusione.
Poi c’è l’altro mondo di Veda, i gruppi lettura a cui dà vita e che accompagna. Uno è sviluppato con Exalge, uno spazio che lavora in modo largo sui temi dell’abitare. L’altro gruppo invece è un gruppo di lettura itinerante. Il tema inizialmente era quello dell’eco-trans-femminismo, poi si è un po’ rimodulato soprattutto alla scoperta delle radici di altre culture.
Nei gruppi di Veda il libro è un medium, l’obiettivo vero è avere un’occasione per trovarsi con delle persone che magari non conosci e a parlare di temi che solitamente non collettivizzi. Veda osserva che secondo lei le persone all’interno della città hanno perso il senso civico. Milano a suo vedere è diventata una città dove ognuno pensa per sé, e per questo la cura – anche nell’accezione di senso civico – è importante: io penso che ci sia veramente bisogno di cura, che tutte le persone abbiano spazio di parola, che si sentano protette, sicure di poter dire quello che vogliono. Cura non è soltanto prendersi cura delle altre persone, ma proprio avere un atteggiamento intimo di ascolto verso gli altri.
Che problemi incontrano i suoi gruppi? Intanto sta diventando difficile trovare degli spazi che possano ospitare 10 -15 persone per attività che non sono legate a logiche di consumo, dice. Anche fare un sistema di rete che vada oltre a dinamiche possessive rispetto alla promozione del proprio progetto è molto difficile, e creare delle costellazioni progettuali all’interno dello stesso quartiere è molto faticoso, nella sua esperienza.
Cosa potrebbe aiutare questi progetti? Veda ha le idee chiare: creare una interconnessione, una contaminazione reciproca, serena. Bisogna costantemente abituare le persone a lavorare in collettivo e ad aprirsi al mondo, spiega, a me viene sempre da mettere in condivisione le pratiche, ma è una cosa che non siamo più abituati a fare: io sono cresciuta all’interno di un contesto, quello dei centri sociali, dove forse ti abituavi un po’ a mettere in condivisione le idee, gli spazi. Perché anche le idee sono bene comune.
La Milano che sogna? Per lei, che ha scelto di abitare in via Padova, una città accogliente è anche una città multietnica, perché le città che si aprono, in cui c’è movimento costante di passaggi, di flussi, di persone, sono le città che la fanno stare bene.
E aggiunge: nella città che vorrei c’è la bicicletta come mezzo primario di trasporto. E poi questa cosa del fare cerchio, molti spazi pubblici all’interno della progettazione non hanno la possibilità di un punto di ritrovo circolare, dove fare condivisione delle idee, delle pratiche.
In fondo la città, a suo vedere, è anche proprio di chi promuove i progetti che poi la fanno vivere. E metterli in rete ne moltiplica il portato evolutivo.



























