
Il caso è semplice: quando il Comune di Milano ha indetto la gara d’appalto per i servizi di sharing dei monopattini e delle biciclette, ha inserito l’obbligo di condividere i dati con l’amministrazione. Nessuno ha opposto particolari resistenze: tutti i provider si sono adeguati. Ora quei dati non sono più solo una risorsa privata, ma anche un aiuto alla progettazione del Comune, un’opportunità in più per lavorare al meglio nell’interesse di tutta la città.
Federico è un ricercatore e docente universitario, si occupa dell’intersezione tra dati, innovazione e impatto sociale. Il suo progetto più strutturato in questo momento è nell’ambito di un programma europeo di formazione su dati e AI per imprese sociali e organizzazioni del terzo settore. L’iniziativa punta a formare più di 1.000 enti ed è promossa attraverso reti di attori dell’economia sociale sparse in tutta Europa.
I dati sono fondamentali, ma devono essere supportati anche da buone idee. Sta quindi lavorando al tema di come far diventare la grande mole di dati generati tramite le infrastrutture digitali, un bene condiviso invece di un asset privato: governance democratica del dato, modelli partecipativi e inclusione delle fasce normalmente escluse dai processi decisionali basati sui dati sono solo alcune tra le sue parole d’ordine.
Milano secondo Federico è un caso virtuoso in Italia sul fronte della digitalizzazione. Nello specifico pensa all’Ecosistema Digitale Urbano (EDU): un servizio pubblico del Comune con lo scopo di creare un contesto in cui diversi soggetti, pubblici e privati, possano scambiarsi, in tempo reale, i dati prodotti da qualsiasi servizio all’interno della città, nel rispetto di regole tecnologiche e di governance definite. Il progetto è un’iniziativa seria, con prototipi già attivi su trasporti, rifiuti e percorsi pedonali. Secondo lui, infatti, le difficoltà non sono tecniche ma culturali: i soggetti che detengono grandi basi di dati, soprattutto aziende private, continuano a percepire il dato come un loro asset, non come una risorsa condivisa e condivisibile per il bene comune: questo frena enormemente il potenziale dell’ecosistema.
La cultura non è però l’unica questione in gioco. Alcuni dati usati per le decisioni urbane sottostimano la rappresentazione di certe fasce di popolazione: chi usa meno i sistemi digitali. Anziani, bambini e persone con disabilità vengono spesso sistematicamente esclusi, e i modelli di AI rinforzano queste tendenze piuttosto che correggerle. Un caso concreto sono i dati GPS dei navigatori, che sovrarappresentano i giovani e non catturano gli anziani che non ne fanno utilizzo. Queste informazioni vengono impiegate per progettare e disegnare le nuove piste ciclabili con il rischio di non tenere pienamente in considerazione le esigenze di tutti ma, solo quelle di chi genera le informazioni digitali.
La direzione giusta, dal suo punto di vista, è duplice: sensibilizzare i cittadini sull’impatto che i dati hanno già nelle loro vite e spingere politicamente le aziende private a condividere i propri dati per fini pubblici. Federico immagina una città dove il dibattito su come usare i dati e l’AI non sia riservato ai tecnici, ma sia aperto, civico e accessibile a tutti; incluse le fasce di popolazione normalmente escluse per età o formazione. La sua Milano ideale è quella in cui i dati sono una risorsa comune e inclusiva su cui fare leva per crescere e migliorarsi attraverso una governance democratica e partecipata collettivamente.



