
Eleonora fa parte di una rete informale di femministe italiane, radicata sia nei territori che negli spazi digitali. È un tessuto vivo, fatto di realtà strutturate e collettivi spontanei, in cui si riconosce profondamente e che nutre ogni giorno. Le sue radici affondano nell’attivismo dei tempi di Macao e nei community gathering nati con Wovo, dove ha intrecciato la sua strada con belle realtà come Virgin & Martyr e attiviste come Silvia Semenzin. Nel femminismo le radici contano: per lei è fondamentale riconoscere da dove si parte e osservare come ci si sa evolvere.
Da questa sensibilità è nato Club Care, un progetto dedicato alla cura all’interno del clubbing e dei festival. Spesso nei luoghi di festa si sperimenta una strana solitudine: si balla insieme, eppure ci si sente isolati, soprattutto quando emergono fragilità e disagi, si usano sostanze o cresce il rischio di molestie. Chi organizza tende a delegare, i sanitari intervengono solo a emergenza conclamata e la sicurezza tende a pensare esclusivamente all’ordine generale. Manca una figura cruciale: la mediatrice. Il ruolo di Eleonora è esattamente questo.
Prendersi cura delle vulnerabilità nei contesti del divertimento viene ancora visto come qualcosa di poco attraente, mentre nelle sue parole dovrebbe diventare un pilastro della programmazione, pensato fin dall’inizio. Immagina festival virtuosi che prevedono la presenza di figure professionali e di psicolog* in grado di accogliere e gestire ogni situazione di disagio in tempo reale, prima che possa degenerare.
Per contagiare l’intera società, però, questa visione dovrebbe partire dalle istituzioni. Una politica civile, infatti, si dimostra accessibile nelle pratiche quotidiane: basti pensare a quanto sarebbe rivoluzionario calendarizzare i consigli comunali in orari che permettano alle consigliere mamme di conciliare vita pubblica e privata. Lo sta facendo Zohran Mamdani: perché coltivare e cambiare il proprio orto è il primo passo effettivo per cambiare il mondo.
Eleonora sogna una città che introduca il Cura Day: una giornata ogni sei mesi in cui aziende e cittadini dedicano il proprio tempo al servizio civile, sostenendo le realtà sociali del territorio. Per gestire le fragilità urbane servono competenze specifiche, buone pratiche da imparare e diffondere. Una giornata così radicherebbe uno spirito di civiltà capace di valorizzare e premiare chi sceglie di prendersi cura degli altri.
In fondo, si tratta di un’educazione alla reciprocità. Un esempio perfetto è il gesto di mettere la freccia in automobile, che diventa la metafora ideale del consenso. Troppo spesso si dà per scontato che gli altri indovinino le intenzioni altrui, mentre serve una comunicazione esplicita, chiara e condivisa. Rendere visibili le proprie direzioni è, per Eleonora, il primo vero atto di cura verso la comunità.








