
Perché invecchiare dovrebbe significare sparire? Quando Mari e un gruppo di amiche hanno dato forma al loro progetto, è stata questa la loro domanda di partenza. L’associazione Donne In, di cui lei è vice-presidente, è nata come un movimento dentro la città, dedicato all’aging femminile in tutte le sue sfaccettature: la salute, la mobilità, la solitudine, le barriere fisiche e culturali che le donne incontrano quando superano una certa soglia anagrafica.
La premessa, secondo Mari, è che le donne anziane di oggi sono profondamente diverse da quelle di una generazione fa, e anche diverse dagli uomini della stessa età. Hanno percorsi, aspettative e risorse differenti. Hanno vissuto decenni di cambiamento e portano con sé un’energia che lo stereotipo dominante continua a ignorare. L’idea che a settant’anni o settantacinque si debba stare in poltrona ad aspettare per lei è una convinzione che semplicemente va smantellata.
L’associazione lavora in rete con realtà analoghe, costruisce sinergie, cerca alleati. Con il Comune di Milano i rapporti sono buoni, e questo conta. Con i Municipi, invece, il panorama è più variegato: alcuni sono partner eccellenti, altri oppongono resistenze difficili da decifrare. I processi si allungano, le promesse rimangono in sospeso, le discrepanze tra quanto viene detto e quanto accade concretamente sono una fonte di frustrazione costante. Mari lo dice con una certa pacatezza, quella di chi ha imparato a lavorare dentro i meccanismi senza farsene consumare.
Tra i problemi pratici che affronta, uno su tutti emerge con chiarezza: la sede. Trovare uno spazio fisico stabile in cui incontrarsi, programmare, esistere come comunità è una sfida che molte realtà del terzo settore conoscono bene, e che pesa in modo particolare quando si lavora con persone che hanno bisogno di riferimenti certi. L’altro nodo è la mobilità. Per le donne di cui si occupa l’associazione, la bicicletta e il motorino sono opzioni spesso inaccessibili. Il trasporto pubblico diventa quindi l’unica alternativa reale alla dipendenza dagli altri, e la qualità di quella rete incide direttamente sulla qualità della vita quotidiana. Su questo, la città ha ancora molto da fare.
Quando Mari immagina la città che vorrebbe, la visione è concreta e visionaria allo stesso tempo. Alcuni spazi esistono già: uno che le è rimasto in mente è all’interno del Municipio 8, luminoso e ben attrezzato, dove si gioca a burraco e si balla il tango. Bisogna andare oltre, però, e costruire una città in cui il traffico si riduce drasticamente, il verde si moltiplica, e i percorsi pedonali diventano finalmente protagonisti dell’uso dello spazio urbano. Una città in cui i marciapiedi sono dei pedoni, e le biciclette circolano in spazi dedicati. Una città che ha cura di chi ha meno strumenti per difendersi da solo.
Poi ha una proposta progettuale: meno RSA, specie quelle in cui la vita si riduce a uno schema fisso e la dignità fatica a trovare spazio. Al loro posto, Condomini Solidali: abitazioni condivise in cui persone diverse uniscono risorse e reciprocità, con il sostegno di fondi privati e oneri di urbanizzazione indirizzati a questo scopo. Il modello è nuovo, chiarisce Mari, non è la Comune degli anni Sessanta. È qualcosa di più sobrio e più pratico: una solidarietà che si pratica ogni giorno, nello stesso palazzo, tra persone che hanno scelto di non invecchiare sole.
E poi, la cosa più concreta di tutte. Una parola che Mari usa con semplicità disarmante: cortesia. Guardare una persona anziana come una persona normale, con la stessa attenzione e lo stesso rispetto che si riserva a chiunque altro. Gli stereotipi si abbattono anche così, un gesto alla volta, un saluto, uno sguardo diretto. È da lì che comincia, spesso, il cambiamento più duraturo.








