Se gli chiedi cosa fa, ti risponde che è parte di un progetto, “Qui Milano Ricicliamo”, e passa subito a spiegarti come funziona, cosa raccolgono, a chi serve. Lui, nel racconto, quasi sparisce. Eppure è lì, ogni volta.

Quando penso a Mario, le prime cose che mi vengono in mente sono la sua gentilezza riservata e una saggezza pragmatica, controllata, instancabile. Il contrario della hybris, ci avrebbero detto al liceo. O più semplicemente, come ti direbbe lui, la natura meneghina: niente gesta epiche, ma un telefono sempre acceso per chi ha bisogno e un furgone così pieno che potrebbe diventare lo stemma dell’economia circolare.

Tutto è cominciato durante la pandemia, con un’idea semplice e urgente: c’erano bambini che non potevano seguire le lezioni perché non avevano un computer, o genitori che non potevano lavorare mentre i bambini seguivano le lezioni a distanza, e dall’altra parte tanti computer inutilizzati che prendevano polvere in qualche cassetto. Mario ha iniziato a mettere insieme i pezzi. Raccoglieva, rigenerava, donava. È così che l’ho conosciuto, con il suo progetto Re-up Computer. A oggi sono più di 1700 i dispositivi rimessi in vita e consegnati alle famiglie.

Poi, come succede quando una cosa funziona, il progetto si è allargato. Non solo computer, ma libri, giochi, arredo, elettrodomestici: tutto caricato e scaricato dal solito furgoncino, tutto redistribuito a chi non può permetterselo. Ha allestito spazi con scaffali dentro le case popolari e in alcune scuole: librerie aperte, condivise, senza moduli né liste d’attesa. Solo lì, sotto casa, a disposizione di chiunque.

Per ciò che è più ingombrante, come arredi o frigoriferi, ha costruito una rete silenziosa ed efficace: un gruppo WhatsApp con quasi cinquecento referenti tra associazioni, parrocchie, realtà di quartiere. Qualcuno segnala un bisogno, qualcun altro risponde. Le donazioni arrivano direttamente alle persone, attraverso chi le conosce già. Non è stato necessario stendere regolamenti o nominare moderatori: le persone hanno capito da sole il senso di quello spazio e lo hanno rispettato. La chat è diventata anche un posto dove chiedersi consiglio, dove sentirsi meno soli. Di recente si sono incontrati di persona, per una festa alla Fondazione di don Rigoldi – perché spazi comunali gratuiti non ce n’erano. È stato bello, dice Mario, vedersi tutti.

L’ostacolo più grande, quello che torna ogni volta, è la burocrazia, che rallenta o rema addirittura contro: la fatica inutile, i permessi che arrivano tardi o non arrivano, le porte che si chiudono senza ragione apparente. Paradossale, per qualcuno a cui il Comune di Milano ha assegnato nel 2024 una benemerenza civica proprio per il suo straordinario lavoro di volontario. Eppure le sue richieste di sostegno cadono spesso nel vuoto. Quando ha chiesto un magazzino per tenere gli oggetti raccolti prima di distribuirli, per esempio, ha trattato per mesi con Aler, ma quando sembrava fatta, all’improvviso, l’offerta di spazio gratuito si è trasformata in una richiesta d’affitto; la soluzione è arrivata lo stesso, grazie a una preside di scuola primaria che ha aperto al progetto le porte dell’istituto. O quando si è preso cura di alcune aree verdi vicino a una scuola in via Montegani e in via dei Missaglia, sistemandole e ripulendole da solo, ma è stato rimproverato perché non aveva aspettato le autorizzazioni del caso. 

Mario non si lamenta, o almeno cerca di non farlo. Capisce che le istituzioni hanno le loro logiche, i loro tempi. Ma quello che fatica ad accettare è l’idea che il volontariato venga trattato come un problema da gestire invece che come una risorsa da valorizzare.

Ha un modello in testa, concreto. Nelle scuole funziona già: se il dirigente ti autorizza, puoi lavorare direttamente per quell’istituto, senza passare per un’associazione esterna. Ti senti parte di quel posto, non ospite di passaggio. Sei più efficace, più motivato. Lui vorrebbe che al Comune si introducesse quel modello – un albo aperto, volontari che si iscrivono e si attivano quando serve. E magari, come succede a Parigi, attrezzi a disposizione per chi vuole prendersi cura del verde pubblico. La comunità, nella sua esperienza, si costruisce  proprio così: dando alle persone gli strumenti, e poi lasciandole fare.

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