
La prima persona che c’è dentro sono io. È di solitudine che parla, Michele: il paradosso di chi vive in una città come Milano. È nato e cresciuto nell’appartamento in cui vive eppure, racconta, non conosco quasi nessuno nel mio condominio: non è come nei paesini, in città ci sono talmente tante persone che costruire rapporti è molto difficile. Quasi tutte le relazioni sono mediate da una prestazione economica o qualcosa-che-si-fa. Finisce per succedere anche con le amicizie: passare del tempo insieme senza un obiettivo definito o un’attività programmata è raro. Anche nei gruppi a cui ha partecipato negli anni (teatro, attività varie) è sempre rimasta una dimensione performativa difficile da superare. Stare insieme per fare è diventata la norma, mentre stare insieme e basta richiede competenze che non abbiamo mai davvero imparato, spiega Michele.
A partire da questi pensieri, Michele ha orientato la sua vita attorno a una domanda molto dritta: come si costruiscono relazioni in una città che sembra non lasciare spazio allo stare insieme? La sua risposta è fatta di tentativi concreti: progetti che provano a contrastare la solitudine urbana.
A Mare Culturale Urbano, uno dei contesti in cui è attivo, organizza incontri che definisce palestre di competenze relazionali: spazi in cui le persone che partecipano si allenano a costruire legami. Vuol dire, per esempio, imparare ad ascoltare l’altro, vuol dire capire come chiedere ciò che si desidera. Partecipano persone con età e storie diverse tra loro.
Allo stesso modo, nella comunità che ruota attorno al festival VivaViva Michele crea spazi informali di convivialità per persone che stanno vivendo transizioni importanti: cambi di lavoro, relazioni che finiscono, l’ingresso nella genitorialità, per esempio. Si mangia, si parla, si sta insieme.
Questa attenzione alla relazione esiste anche nel suo lavoro: nonostante venga da esperienze anche molto lontane (una a San Francisco, una startup che aveva fondato quando aveva 28 anni e che poi ha esaurito il suo arco), Michele ora lavora come consulente per progetti che si occupano di inclusione sociale. La cooperativa Alboran di Peschiera Borromeo, ad esempio, che si occupa di inserimento lavorativo delle persone con disabilità mentale.
Intorno a queste esperienze ne gravitano altre, come Better Together, realtà di coworking itinerante a Milano con pranzi e cene condivise e circoli di dialogo, o le iniziative di quartiere di Vivere San Siro.
Michele lavora anche sul gioco, inteso non solo come intrattenimento ma come pratica relazionale. Ha scritto un “Manifesto del gioco” e continua a facilitare momenti in cui le persone possono incontrarsi senza uno scopo produttivo. Giochi veri, che coinvolgono il corpo («non siamo più abituati al contatto fisico»): attività leggere che diventano strumenti per costruire fiducia, presenza e senso di sé.
Nella città che immagina Michele, il lavoro e la vita non sono così separati. È meno rumorosa e più accogliente: la natura occupa più spazio. È fatta di quartieri più piccoli e connessi, una città dei 15 minuti con reti di prossimità che permettano di non affrontare da soli i passaggi più complessi della vita. Un modello vicino a quello di Cascina Cenni o di un ecovillaggio urbano: il supermercato vicino, i contadini, il parco, le persone.
Nel frattempo, la sua quotidianità mostra soluzioni creative a una tensione ancora aperta. Due volte alla settimana, quando deve passare in auto molte ore, Michele dedica quel tempo a lunghi messaggi vocali e telefonate: conversazioni asincrone con persone lontane che non riesce ad avere accanto nella vita di tutti i giorni. Nella città in cui vive Michele, le relazioni devono essere ancora continuamente reinventate.












