
È un cortocircuito: la capacità di ascolto è diventata una competenza professionale, qualcosa che si paga nello studio di uno psicologo, non più una pratica ordinaria delle relazioni.
Roberta lo vive in prima persona: lavora con la scrittura creativa e all’ascolto come pratiche relazionali.
Tiene due gruppi di scrittura fissi, uno attivo da dieci anni, uno da circa quattro. Conduce laboratori nelle scuole e corsi di formazione per insegnanti e operatori, tra cui la Fondazione San Carlo e il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, con cui porta avanti un progetto che intreccia scrittura creativa e geologia, “I racconti della terra”. Per anni ha guidato la Brigata di Scrittura: incontri aperti in cui persone della comunità raccontavano storie di vita vere, che i partecipanti dei gruppi di scrittura rielaboravano poi in racconti letterari, per poi rileggerli insieme agli stessi protagonisti.
Ho scoperto di avere una vocazione per questo lavoro. Incontro tante persone. A volte quando faccio il conto a fine settimana io ho lavorato con più di cento persone diverse.
Vedo tantissime possibilità di incontri umani, a Milano non posso chiudermi in una bolla. Sono esposta a nuove storie, nuovi punti di vista, nuovi aspetti dell’umanità.
Nelle nuove generazioni vede livelli altissimi di ansia sociale, neurodivergenze diagnosticate, difficoltà relazionali. La paura del contatto e della diffidenza è fortissima e cresce.
Nota anche una forte disuguaglianza negli spazi fisici: gli spazi pubblici come i parchi e i viali sono usati quasi esclusivamente da stranieri, come se frequentarli fosse percepito come qualcosa di socialmente inferiore dagli italiani. E le scuole medie, a differenza delle elementari, versano spesso in condizioni architettoniche degradanti: un segnale di quanto si investa poco sulla dignità dei ragazzi dopo una certa età.
Ho lavorato in una scuola che sembrava un carcere minorile — corridoi stretti, aule piccole, non imbiancata da trent’anni, cortile senza piante, bagni degradati, l’ingresso sul retro vicino ai bidoni della spazzatura. E a fianco, separata da pochi metri, la scuola elementare: colorata, curata, con atri alti e piastrelle lucide. Come se la bellezza fosse un diritto solo per i bambini più piccoli, e poi ci si dovesse “adeguare alla bruttezza del mondo.”
Roberta descrive due edifici scolastici attaccati, separati da un muro. Da un lato la scuola elementare: colori, colonne rosse, piastrelle lucide, corridoi larghi, cose appese. Dall’altro la scuola media: corridoi stretti, aule piccole, non imbiancata da trent’anni, un cortile senza un filo d’erba, l’ingresso secondario davanti ai bidoni della spazzatura. Stessa strada, stessa città, stesso anno. Come se a un certo punto – quinta elementare, prima media – la società avesse deciso che i ragazzi non meritano più la bellezza e che è arrivato il momento di abituarsi.
La mia Milano ideale inizia da qui, spazi scolastici dignitosi, perché in uno spazio più umano si lavora meglio. E poi più persone fuori di casa, negli spazi pubblici. Piste ciclabili vere e continue. E una città che impari a stare insieme nei luoghi comuni senza che siano percepiti come qualcosa di residuale.










