Sarah è cresciuta a Milano, dove è nata 29 anni fa da genitori camerunesi. Ma la sua capacità di visione, la sua energia, la sua determinazione lasciano intuire che la sua storia personale non può essere riassunta così. Da sempre Sara è attraversata dall’incontro tra due mondi: la cultura camerunense vissuta in famiglia e quella italiana respirata a scuola, tra libri, amicizie e quotidianità.

Come accade a molte persone con background migratorio, però, questa doppia appartenenza non è sempre stata vissuta come una ricchezza. Durante l’adolescenza, Sarah racconta di aver cercato di nascondere una parte di sé. Crescere circondati da narrazioni che associano l’Africa quasi esclusivamente a guerre, povertà e crisi può generare distanza dalle proprie origini e il desiderio di conformarsi agli altri.

La svolta arriva a diciannove anni, con un viaggio in Camerun. Un’esperienza che diventa un vero percorso di riconnessione con le proprie radici e che la porta ad approfondire la storia, la cultura e il pensiero africano. Successivamente frequenta a Parigi la Scuola Antica Africana, dove per la prima volta incontra insegnanti africani che le trasmettono prospettive, autori e riferimenti assenti dai programmi scolastici tradizionali. Ho capito che non ero soltanto nata in Italia, racconta, avevo delle origini e una storia di cui prendermi cura.

Da questa consapevolezza nasce il desiderio di raccontare un’Africa diversa da quella rappresentata nei media mainstream. Durante il periodo della pandemia apre una pagina Instagram dedicata alla cultura africana. Quello che inizialmente era un progetto personale si trasforma rapidamente in una comunità. Arrivano messaggi da studenti, insegnanti, universitari e persone afrodiscendenti che, attraverso quei contenuti, scoprono aspetti della propria storia e della propria identità mai incontrati prima. È il segnale che c’è uno spazio da occupare e una narrazione da costruire.

Nasce così We Africans United, un progetto che negli anni si struttura fino a diventare un’associazione composta da giovani afrodiscendenti con origini diverse ma cresciuti in Italia. L’obiettivo è semplice e ambizioso allo stesso tempo: ampliare l’immaginario collettivo.

Per Sarah il problema non è soltanto ciò che viene raccontato dell’Africa, ma anche ciò che viene omesso. Nelle scuole si studiano la schiavitù e il colonialismo, ma raramente si racconta di santi africani, papi africani, partigiani afrodiscendenti e molte altre figure che fanno parte a pieno titolo della storia italiana. La storia dell’Italia è intrecciata con quella dell’Africa molto più di quanto immaginiamo, spiega.

Negli anni il progetto si è evoluto. Se all’inizio il focus era soprattutto sulle comunità afrodiscendenti, oggi il lavoro di WAU si rivolge a un pubblico molto più ampio. Il punto non è più soltanto raccontare l’Africa, ma creare spazi in cui nuove narrazioni possano emergere.

Da questa esigenza nasce anche Spazio WAU, uno spazio culturale in zona Niguarda. Un luogo pensato per riportare le persone fuori dalle bolle digitali e favorire l’incontro reale: I social permettono di raggiungere moltissime persone, ma non bastano a creare comunità. Serviva uno spazio in cui potersi incontrare davvero.

Nello spazio si alternano workshop, incontri culturali, laboratori e momenti di confronto che affrontano temi molto diversi: dalla scrittura all’imprenditoria, dall’arte alla progettazione. L’obiettivo è superare l’idea che le persone afrodiscendenti debbano parlare esclusivamente di migrazioni o di Africa: Possiamo parlare di tutto. Di amore, di lavoro, di politica, di creatività. Non vogliamo essere definiti soltanto dalla nostra origine.

Particolarmente significativa è stata l’esperienza dei laboratori realizzati insieme a persone rifugiate. Non semplici corsi di lingua, ma percorsi basati sullo scambio reciproco. Mentre alcuni imparavano l’italiano, altri condividevano storie, competenze e pratiche culturali. Per Sarah è proprio in questi contesti che emerge il valore della comunità: quando le persone smettono di essere identificate dal proprio ruolo e iniziano a incontrarsi come individui.

Accanto all’entusiasmo, non mancano le difficoltà: il progetto si sostiene attraverso bandi, donazioni, collaborazioni e attività di consulenza, mentre il team continua a interrogarsi su come costruire un modello stabile nel lungo periodo. A questo si aggiunge la complessità di operare in un contesto culturale in cui molte delle questioni affrontate dall’associazione sono ancora relativamente nuove nel dibattito pubblico: in Italia non si è coltivato, come invece è accaduto in altri Paesi Europei, un pensiero post coloniale.

Nonostante questo, il progetto continua a crescere, alimentato da una convinzione precisa: cambiare le narrazioni significa cambiare le possibilità che le persone immaginano per sé stesse.

Quando parla di Milano, Sara alterna affetto e senso critico. La città offre moltissimo, ma spesso è una città faticosa da vivere. Vorrei più luoghi accessibili, più iniziative di quartiere e più occasioni di incontro. 

La sua non è soltanto una riflessione sugli spazi fisici, ma sul modo in cui si costruiscono le relazioni. In una città sempre più veloce e frammentata, immagina una Milano capace di tornare a prendersi cura delle persone e delle connessioni tra di esse: In fondo, è lo stesso lavoro che porto avanti ogni giorno con Africans e con Spazio WAU: creare luoghi in cui le persone possano incontrarsi, raccontarsi e immaginare insieme nuovi modi di stare al mondo.

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