Chissà quando è successo che Milano ha perso i suoi sogni. Io sono convinto che i luoghi custodiscano segni, e che quei segni sappiano trasformarsi in sogni, per chi è in grado d’intercettare quella frequenza sottilissima che ogni posto rimanda nello spazio abitato. Credo abbia a che fare con il Genius Loci, sono vibrazioni che ondeggiano e che ogni tanto ci pare di sentire da qualche parte tra stomaco e cuore. Milano deve la sua fortuna a queste onde, alla generosità delle persone che in passato hanno deciso di vivere, abitare, lavorare qui. Perché qui c’era una possibilità, un sogno, che per molte persone era solo un impiego, e per tantissime altre era un progetto da realizzare, un bar, una fioreria, un panificio, una pizzeria, una saracinesca da alzare sulle piastrelle di un negozio che sarebbe diventato il destino di una famiglia. La Milano da Bere sarebbe arrivata da lì a poco e i sogni sarebbero stati dettati dalla pubblicità, dalla tv commerciale, dai milanesi imbruttiti che però non fanno ridere. Quella di oggi mi sembra una città senza sogni, non li hanno le comunità immigrate di seconda e terza generazione, perché perfino la cittadinanza è una conquista. Non li hanno più neanche i negozianti, perché le botteghe dei quartieri diventano loft e quelle del centro vengono battute all’asta per fondi, oligarchi ed emiri. Le multinazionali hanno tolto i sogni alle persone che sono tornate a riempire i grattacieli dopo il Covid, ma solo perché molte di loro non possono permettersi lo smart working dentro bilocali in condivisione. E una città senza sogni perde il suo collante: il senso di comunità. Ecco cos’ha smarrito la nostra Milano quando ha rinunciato ai suoi sogni, il suo tessuto sociale. Expo, Milano-Cortina, lo storytelling dei quartieri che di fatto legittima gentrificazioni ed espelle anziani e fragili, sono il canto del cigno di una città che scandisce le settimane in experience per muovere un modello che ha rinunciato alla sostenibilità. Non quella che pianta gli alberi, ma quella che guarda ai diritti e all’uguaglianza come segnale di civiltà. Per fortuna questa città ha ancora spazi e luoghi che lanciano segnali di resistenza, sono abitati da persone che mi piace immaginare come antenne radar sui principi fondamentali di assistenza, cura e partecipazione. Non è facile intercettare questi segni, ma sono sogni bellissimi.

Sono un filo di speranza, il legame con una Milano che non si vede in superficie, perché non incarna il “Modello”. Non è ricca, non sbrilluccica, non sale sulle barricate, e giorno per giorno aggrega, costruisce e restituisce, genera e condivide, ed è intorno a questi focolai di comunità che puoi sentire vibrare la possibilità di tornare a sognare una città diversa, una città che torna ad abbracciare e a volersi bene. Dove le persone s’innamorano di un marciapiede, di un portone, di un orto urbano o di una biblioteca. È una città più romantica, meno incazzata e frenetica, che sa fermarsi, guardarsi intorno, chiudere gli occhi, aprirli, e scoprire che non era un sogno, perché questa città esiste, sta dentro mappe che nessuno guarda più e che per fortuna qualcuno sa ancora disegnare.

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