TuttaCittà: una sola vocale distingue il titolo di questo progetto dallo stradario di carta che i milanesi usavano per girare la città prima che arrivasse Maps. Ma in quella unica vocale c’è tutto il senso di questa iniziativa: non una mappa di strade e di spazi vuoti, ma una guida di luoghi e di persone che li abitano. Chi usa il gioco per facilitare momenti in cui le persone possono incontrarsi, chi recupera il cibo nei mercati per distribuirlo a chi ne ha bisogno, chi all’interno di una ciclofficina cerca di guidare un percorso di ritorno all’autonomia per persone in condizione di emarginazione sociale. Storie potenti se prese singolarmente, ma che acquistano ancora più valore se le si guarda tutte insieme. Mentre Milano si racconta come la città della moda, delle Olimpiadi, dei grattacieli, delle week, centinaia di persone, silenziosamente, costruiscono relazioni, fiducia e comunità in posti dove il mercato e la politica sembra che non vogliano più arrivare. Ed è da qui che si deve partire se vuole costruire una città fatta di luoghi e non di strade. Ma perché questo accada, questa Milano non può restare nascosta e lasciata a sé stessa: va riconosciuta, sostenuta, messa in condizione di crescere e di incontrarsi. Ma come?
Queste esperienze emergono spontaneamente. Chi fa comunità solitamente non decide “di fare comunità”. Si comincia per un’edicola che chiude, per un figlio che nasce, per un coro che ha bisogno di una corista: intorno a quel bisogno si uniscono persone volontariamente e, se l’obiettivo è chiaro e la costanza è tanta, si continua e si cresce finché si può. Ma mi chiedo: come sarebbe se queste comunità, che spesso si sentono esperienze uniche e solitarie, fossero riconosciute e sapessero che il loro agire non rimane isolato ma costituisce un tassello di una visione unica di città?
Queste storie, inoltre, non raccontano idee ma pratiche concrete che indicano chiaramente come si fa: come si tiene aperta un’edicola, come si accompagna un senzatetto, come si crea uno spazio per gli adolescenti. Ma spesso, dice un intervistato “quello che avviene a Corvetto non si conosce a Ponte Sesto”, e probabilmente ciò che si fa a San Siro non arriva a Trenno. E allora, come sarebbe se queste esperienze venissero condivise in tavoli periodici di confronto e messe a sistema in modo da avere un aiuto e anche un metodo replicabile e sostenibile? Quante altre esperienze potrebbero così trovare la forza di nascere e resistere?
Infine. Queste esperienze ci raccontano che mondi diversi — sport, cultura, housing, diritto, educazione — in zone di Milano diverse, affrontano più o meno le stesse difficoltà: mancano spazi gratuiti; il rapporto con le istituzioni dipende dall’assessore di turno; quando le risorse scarseggiano si chiude tutto, anche se funziona. Come sarebbe se invece di reinventare sempre la ruota, questi cittadini avessero a disposizione una piattaforma fisica e virtuale dove condividere pratiche, strumenti, risorse, contatti e da cui poter attingere in ogni momento?
Sarebbe una città che non si misura in numeri di visitatori o di eventi, ma nella qualità di ciò che riesce a costruire tra le persone: che sceglie le comunità invece delle passerelle, che costruisce fiducia invece che grattacieli.
Sarebbe, semplicemente, una città più giusta.
Marta Maineri
Consulente, speaker e formatrice, è esperta di community design, platform design e sharing economy. Guida Collaboriamo, azienda attiva dal 2013 nei servizi collaborativi con un focus sul community design con cui ha organizzato Sharitaly (2013-2017),il primo evento sulla sharing economy in Italia e ha definito un metodo e un toolkit per costruire comunità. E’ autrice di Collaboriamo (Hoepli 2013) Community economy (Egea 2020), Community Design (Egea 2022).