Oggi, in un mondo connotato dalla complessità, nessuno può pretendere di portare una voce nuova e credibile nell’agone politico senza una riflessione sul fatto che – «tutti i principali problemi del nostro tempo» -come ha notato il sociologo Ulrich Beck- «sono dovuti alla discrasia fra i nostri corpi immersi nel XXI secolo e le nostre menti e istituzioni rimaste ancorate al XIXmo.» 

L’assurdità lancinante del nostro tempo è che mentre Internet e AI rendono l’ampliamento delle conoscenze e delle opzioni a portata di ogni essere umano, nella società predomina un senso di impotenza, di esclusione, di abbandono, di isolamento, di ingabbiamento, di diffidenza cronica. Il clima morale e intellettuale è sempre più dominato da una sfiducia generalizzata nella possibilità di avere voce, di essere ascoltati, di «esserci» e contare nel decidere come procedere, cosa fare.   

Il rapporto fra chi governa e i governati è rimasto bloccato sul TINA ( There Is No Alternative) e le reazioni più clamorose dei cittadini alternano un cinico fatalismo e scoppi di rabbia, e moti di collera che non fanno altro che sancire e perpetuare questa disparità. 

La percentuale di coloro che vanno a votare è sempre minore, mentre cresce l’attrazione per «l’uomo forte» che garantisce di non lasciarsi imbrigliare dai lacci e laccioli di un sistema incapace di riformarsi e promette soluzioni immediate e miracolose.  

Questa sindrome ha due aspetti: da un lato è vero che l’attuale assetto gerarchico e burocratico della PA e il sistema di governo dominante centrato sulla rappresentanza partitica (schieramento ideologico) non solo esclude i cittadini dai circuiti di conoscenza e di decisione ma il suo funzionamento rende letteralmente proibitivo che possano accedervi. 

Chi chiede «partecipazione» nell’attuale sistema è come uno che pretende di disegnare senza accorgersi di avere le mani legate. La retorica degli aspiranti despoti gioca su una crisi reale: l’attuale sistema di potere è sempre più inadeguato ad affrontare le crisi di convivenza prodotte dalle grandi transizioni che ci travolgono. I membri delle assemblee elettive sono essi stessi prigionieri di un modo di operare reso obbligatorio dai rituali gerarchici e burocratici dominanti, che risolvono i conflitti con operazioni di schieramento sempre più vuote e inefficaci. Un sistema, quello vigente, che vede la possibilità di un utilizzo sistematico delle competenze tipiche della persona comune al di là dei sondaggi di opinione come una perdita di potere e una minaccia esistenziale. 

La risposta tipica della PA: «il regolamento non lo permette» è un esempio di un circuito conoscitivo chiuso ed escludente.  Il cittadino è trattato come un incompetente, uno sprovveduto, mentre il funzionario è in possesso di un sapere esclusivo che stabilisce la gamma delle uniche opzioni dichiarate percorribili. 

È dimostrabile che ogni esperienza positiva di risoluzione di conflitto in una situazione complessa, è frutto dell’atteggiamento capovolto che promuove la ricerca congiunta di soluzioni inedite, creative, «che il regolamento non prevede, ma non proibisce». Tutte le parti in causa: cittadini, tecnici, politici in dialogo fra loro, ognuno portatore di un proprio specifico sapere complementare con gli altri due.  

In Italia un dispositivo del genere è stato introdotto dai Patti di collaborazione di Labsus, che prevedono che cittadini e funzionari collaborino su progetti volti al bene pubblico a partire da valori condivisi (quelli della Costituzione italiana), assumendo ognuno la propria parte di responsabilità nella diagnosi e negli esiti. È l’uscita totale dal format autoritativo del «diritto pubblico» in favore di una elaborazione pragmatica e dialogica di «regolamenti ad hoc» vincolanti per i firmatari e utilizzabili come modelli di base, modificabili e adattabili alla bisogna, dal resto della società. 

Nella città di Nantes dal 2010 in poi è l’intero processo decisionale di governo della città e dell’area metropolitana che con i «Patti di cittadinanza», si è convertito ad un approccio inclusivo e dialogico, post-gerarchico e post-burocratico. In questa città il funzionamento dei servizi pubblici e della PA, anziché basarsi su astratti regolamenti, prevede il ricorso a dispositivi inclusivi che mettono in diretto dialogo prima di tutto i cittadini fra loro per far emergere e valorizzare il loro molteplice sapere d’uso, i loro vissuti, le loro storie, e poi i cittadini con i tecnici e professionisti col compito di individuare insieme soluzioni innovative giudicate adeguate alla situazione e alla questione in esame. 

Quindi il secondo aspetto della sindrome dalla quale abbiamo preso le mosse è il riconoscimento che non è possibile oggi una politica efficace senza cambiare i modi di pensare sia dei cittadini che delle istituzioni e per farlo è necessario:

  1. sostituire alle attuali architetture decisionali che favoriscono l’esclusione, altre strutture decisionali che promuovono il coinvolgimento dialogico di tutte le parti in causa.
  2. ritrovare/ricreare un senso comune dotato di immaginazione. La partecipazione all’ ampliamento delle opzioni guidata da valori comuni non negoziabili, come diritto civile e sociale. 
  3. sostituire all’immagine del «comune cittadino» isolato e diffidente, che affida la propria autorevolezza all’esercizio continuo dell’ascolto giudicante (vero/falso, amico/nemico, giusto/sbagliato) la raffigurazione di sé stessi come persone capaci di ascolto attivo: quando qualcuno dissente, non cercare di spiegargli che ha torto, ma cercare di capire in che senso ha ragione. Non serve a nulla aver ragione da soli, serve essere capaci di trasformare la diffidenza in fiducia, le differenze in risorse conoscitive 
  4. concepire noi stessi come coltivatori di un terreno sociale il cui humus non è il riserbo con antipatia, ma il riserbo con simpatia, ovvero la disponibilità a una fiducia e solidarietà di base nei rapporti ( G Simmel e J Jacobs) 
  5. concepire noi stessi come motori di un cambiamento di abitudini profondamente radicate (change agents), consapevoli che il disagio che un tale cambiamento suscita non può essere superato a parole e ai margini del sistema. Deve riguardare la messa in atto di modalità di incontro, discussione, diagnosi, decisione, decisamente alternative a quelle dominanti (dal dibattito al dialogo) a tutti i livelli della scala del potere, partendo dal potere locale, ma mirando ai livelli più alti e centrali.

Chi costruisce comunità questo lo sa già. Ecco perché venire in contatto con il sapere di queste persone è un passaggio importante della pratica di Ascolto attivo della città.

Marianella Sclavi è un’etnografa, attivista e scrittrice italiana. 

Ha insegnato Etnografia urbana al Politecnico di Milano. Esperta di Arte di ascoltare e Gestione creativa dei conflitti, è tuttora molto attiva come facilitatrice di metodologie partecipative e processi decisionali inclusivi. È autrice di numerosi libri, fra i quali Arte di ascoltare e mondi possibili (Bruno Mondadori, Pearson) e Avventure Urbane Progettare la città con gli abitanti, (Eleuthera) e Confronto Creativo, scritto col prof del MIT Lawrence Susskind (oggi edito da ThedotCompany, 2026)  

Il suo ultimo lavoro, Elogio dei tre saperi (Bordeaux, 2026), parte dalla esplorazione di cosa accade quando politica, tecnica e cittadinanza imparano davvero ad ascoltarsi. Il libro racconta di Nantes, città-laboratorio in cui il dialogo fra cittadini, professionisti ed eletti è diventato metodo di governo. Marianella Sclavi ci accompagna in un’indagine storico-etnografica e insieme militante, che ricostruisce le “radici molteplici” di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di soffocarli. 

Attraverso ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e tredici “ricette” di democrazia deliberativa, emerge un’idea forte: senza il sapere d’uso delle persone comuni, il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restano monchi. Solo il loro intreccio genera innovazione, giustizia sociale e intelligenza collettiva. Un viaggio dentro una città che ha osato cambiare la politica, dimostrando che la democrazia non è un ideale astratto, ma una pratica quotidiana da coltivare.

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