Il mio sguardo sulla città non può prescindere dalla comunità afrodiscendente di Milano. È nato come una cura molto informale della rappresentazione: volevo poter attraversare una Milano che mi assomigliasse, andare a presentazioni di libri “altri”, entrare in un museo e trovare qualcosa che parlasse di me e che rispecchiasse la complessità di avere un background migratorio. Che è diverso dal dare alla città uno spazio attento alla migrazione. Da lì è nata l’associazione Black History Month Milano.

Con Equalities, il progetto che abbiamo curato alla Triennale, volevamo parlare di diverse forme di disuguaglianza, ma anche di una Milano contemporanea, di chi la vive. Abbiamo creato un angolo-padiglione di artisti italiani con background migratorio, che lavorano non solo sulle radici ma anche sugli sguardi: l’unica parte gratuita del progetto. Abbiamo collaborato alla ricerca con cui la Bocconi mappava la città, cercando di farla uscire dalla bolla, e ad una mini collaborazione con il Piccolo per il festival Il presente indicativo.

Parto da una premessa: se vivi in una città che ti assomiglia, puoi usare parte del cervello per fare altro; se vivi in un posto che non parla di te, lo hai in gran parte occupato a sentirti fuori posto e a compensare. Le città dovrebbero rappresentare chi le abita, perché solo così quelle persone possono costruire altre cose e diventare soggetti attivi. C’è un doppio legame tra essere parte, sentirsi parte e partecipare: se non ti vedi, fai fatica a pensarti come soggetto partecipante. Sono certa che un grande pezzo di cittadinanza non partecipa perché non si sente parte. Non è disinteressata e non è di passaggio: sente di non esistere.

Credo che a Milano ci sia già tutto, ma le persone non si incontrano perché mancano gli spazi per farlo, spazi in cui inciampare in qualcosa in cui non saresti mai inciampata, mentre tutto continua a funzionare per connessioni personali. Servirebbero luoghi di inciampo disintermediati e spazi di connessione tra realtà: un posto dove prima ci sono le sciure che fanno pilates, poi arriviamo noi, poi qualcun altro, e nello scambio si apre una finestra nel cervello. O uno speed dating di realtà invece che di persone. Sono rimasta a Milano per le persone: c’è un movimento incredibile di cose che si fanno al di là dell’economia schiacciante, ma ogni piccolo silos si sente solo.

La Milano che immagino è fatta di spazi aperti, con pezzi di Rambla dove la gente può fare cose diverse: la nonna che vive da sola, la babysitter con il bambino, io che faccio la pausa pranzo. So che gli automobilisti odieranno l’idea. È una Milano fuori, dove è bello stare e dove si sta sicuri, non nel senso sicuritario che abbiamo imparato a usare ma in tutti i sensi, perché nel fuori c’è l’incontro. Non dovrei svegliarmi la domenica e cercare con la lanternina uno spazio dove trovare gli afrodiscendenti: in una città così popolata è insensato.

Milano attira persone con un grande desiderio di creare comunità. Se avesse spazi a disposizione per farlo, sarebbe pazzesca.

Ronke Oluwadare

Psicologa del lavoro e psicoterapeuta ad orientamento sistemico socio-costruzionista. Supporta in ambito clinico i cittadini di origine straniera, lavorando sull’intreccio sociale e psicologico che si crea attorno a tematiche come la rappresentazione, i traumi transgenerazionali e la complessità di avere origini altre.

Svolge attività di supervisione per il personale socio-educativo presso diverse cooperative sociali che si occupano di migrazione.

Founder dell’associazione Black History Month, è coinvolta in attività di advocacy su tematiche quali la presenza afrodiscendente in Italia e la rappresentazione dei cittadini di origini straniera negli spazi pubblici e privati.

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