Se qualcuno mi chiedesse di rappresentare Milano con una sola fotografia, risponderei che è quella che si può fare percorrendo la circonvallazione, quando d’improvviso si vede il nuovo magnifico campus della Bocconi e lungo il marciapiede, una lunga fila di persone che quasi a tutte le ore stanno attendendo il proprio turno per prendere un sacchetto di cibo che viene offerto dall’associazione Pane Quotidiano. La povertà non esiste solo a Milano, anzi, ma qui si esprime il massimo della contraddizione con una città abbastanza opulenta e tutta proiettata verso il mondo. Questa fotografia esprime una contraddizione ormai presente in tutto il mondo occidentale, ma essere poveri a Milano è molto più duro e difficile che altrove.
E la contraddizione non è solo quella del reddito, ma anche del quadro di riferimento in cui queste due pezzi di città vivono: uno, come molte attività economiche e persone, proiettato nel mondo nella globalizzazione, l’altro strettamente locale in cui la povertà economica si somma ad un’estrema difficoltà di comprendere cosa sta avvenendo e cosa sta totalmente cambiando le nostre vite.
La città e i suoi abitanti possono poi fare poco per risolvere questa differenza che nasce da fattori tecnologici, economici, politici e sociali che non sono ormai neppure più nazionali ma internazionali. Eppure, continuo a domandarmi cosa si possa fare localmente non per risolvere, ma almeno per alleviare la situazione e per costruire una città più inclusiva e più unita.
I milanesi sono in larga parte solidali e gli interventi filantropici non mancano, ma questa doppia faccia della città non può essere affrontata solo con la filantropia; serve che il capitale (economico e di competenze) della città si dedichi anche a progetti imprenditoriali coraggiosi rivolti alla coesione sociale, avendo aspettative di ritorno finanziarie limitate e di lungo periodo.

E, quindi, io sogno.
Sogno una municipalità che si muova solo nell’interesse dei cittadini che questo sia fatto da tutta la struttura organizzativa del Comune per mobilitare idee e per parlare continuamente con la città in modo trasparente per dire cosa vuole fare e per raccogliere idee ed iniziative. Una municipalità che abbia il coraggio di prendersi il rischio di progetti complessi e che non si muova nel solito piccolo cabotaggio dei politici che devono pensare alla prossima rielezione. Che abbia il coraggio di osare sapendo che si può vincere o perdere.

Per fare i progetti concreti, per dare gambe alle idee, per rendere la città più accessibile sul piano della casa servono capitali e quindi sogno un grande Milano Bond in cui investa il Comune, le aziende qui residenti e i cittadini milanesi per poi raccogliere altri capitali pazienti e costruire case e infrastrutture di cui abbiamo tanto bisogno.

Sogno anche che, una volta costruite le infrastrutture, i servizi siano pensati in un modo nuovo che li possa rendere meno costosi e più accessibili.
Sogno un Comune che automatizzi, con le nuove tecnologie, tutte le attività burocratiche e che porti i suoi dipendenti fuori dagli uffici nella città per occuparsi della sicurezza e delle relazioni, affinché tutti loro siano uno strumento di coesione.

Sogno un confronto che sia sui progetti e non sulle appartenenze.
Sogno, infine, che chi ha di più economicamente e culturalmente decida di subordinare un piccolissimo pezzo del suo interesse personale a quello collettivo.

Appunto, sogno.

Imprenditore con una lunga carriera nel private equity e nella gestione di fondi di impatto, Luciano Balbo ha una laurea in fisica e varie esperienze in aziende industriali. Ha fondato B&S Private Equity, che ha operato con successo nel settore e ha fondato Oltre Impact SGR, di cui è presidente, e che fa investimenti a impatto sociale e ambientale.

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